sabato 13 ottobre 2012
XII) Disavventura romagnola
Di Rimini alli 31 di agosto 1992
E' un riarso meriggio. Armato de' migliori propòsiti parto di buon'ora dalla stazione Termini di Roma sull'intercity diretto a Bologna, dove giungo tre ore appresso. Scendo dal treno, un'altra ora e monto sul locale per Rimini: ne scendo trafelato di calura e d'aspettative, e secondo le premurose e provvide indicazioni ricevute dagli organizzatori del concerto cui assisterò, vado via lesto ad attendere sull'antistante pensilina l'autobus per Misano: sito cui spetta il vanto d'ospitare, assieme ad abbronzati battaglioni di tudescotte e nederlandesine inebriate da salsedine maccaroni e indigeni guardi machistici, il sedicente "Paul McCartney's Liverpool Oratorio". Un "Oratorio" che ad esser sinceri non può aver composto il beatlestico McCartney per la semplice ragione che non sapendo costui, per sua ammissione, scrivere ed esprimersi in notazione musicale al modo dei compositori, è da opinare che si sia ristretto a fischiettarne i motivuzzi zampillanti int'a capa sua all'òrgano uditorio di un divoto mestierante... Ecco l'autobus, che dopo aver esaudita una mezza dozzina di fermate lungo il fracassoso lungomare della Rimini-Rimini, in fine giunge: ma non a Misano bensì a Cesena, suo capolinea. "Che fare?" si sarebbe dimandato quello. Già il miglior partito sarebbe interrogare lo chaffeur dell'autobùs circa il modo di raggiùngere, ove possibile, Misano. E' ciò che ùmile intraprendo, ricevèndone in urbana rèplica: "Attèndere un altro autobùs, qui d'accanto, che recherà la S.V. alla dèbita destinazione". Imbrunisce ma l'àere si rimane pregna d'intatta calura, e di dispetto...
Attendo una mezz'ora. Deinde, d'un residuo e pietoso balzo èccomi sul fàusto veìcolo che m'abbisogna e che sfrecciando da una fermata all'altra, l'una distante dall'altra una cinquantina di metri, s'avvìa al desiato loco vieppiù infittèndosi di bagnanti sgocciolanti e semignudi, italioti e foresti a guisa di un'Europa unita nel concreto dei fatti e dei contatti. Per ammazzare il tempo del tragitto scambio quattro ciarle col benevolente conducente. Che in risposta mi dice crudele: "Ma Lei è diretto a Misano Adriatico o forse a Misano Brasile?". Quello d'Amleto non è stato per vero dubbio più atroce del mio in atto... Rimminchionito, m'industrio in un'inane e protratta pensata colle pupille al cielo e il trabalzo nei coglioni; poi romanticamente esclamo: "Boh!". Lui mi sovviene misericordioso: "Di preciso, dove deve andare?". Risorto e ad alta voce per patente orgoglio, faccio: "Al concerto di McCartney". Uno sguardo di contrizione per l'abissale ignoranza pervade il volto invermigliato del conducente che mogio si limita a ricuperare un'atavita saviezza: "Le conviene scendere al capolinea, nel centro di Misano Adriatico". Scendo secondo suggerimento.
Liquefatto dal calore e simile a imbelle cera, risolvo di recare i bagagli e le mosce membra appo l'hotel graziosamente prenotatomi dall'ineffàbile organizzazione della manifestazione. Domando per vie e piazze di quell'albergo. Nessuno sa dov'esso sia. Ultima spe: un vecchierel canuto e arzillo, memoria storica della contrada, che mi certifica esser quel ricetto mica a Misano Adriatico ma a Misano Brasile. E che essendo distante ad un circa un chilometro, è meglio raggiungerlo coll'autobùs. Che passa ogni mezzora, Che infatti aspetto mezzora sotto l'ennèsima pensilina, lungo il caotico lungomare, il sudore che cola sulla faccia mia come la pioggia sul pineto, e i nervi che al paro di ranocchi folli mi guìzzano nel cranio.
Voilà il medesimo autobùs che avevo già utilizzato e che ora sta tornando in drio. Promana della pietà immensa degli occhi buoni del conducente: al vedermi risalire... Scendo a Misano Brasile, perdo una ventina di minuti, a tentoni e pencolante guadagno l'hotel come nel deserto l'oasi. Ma m'accorgo che è un miraggio: non è quello l'albergo che mi era stato comunicato dall'organizzazione. No sta da un'altra parte... Stremato più di una virtù esercitata, lo raggiungo. E' sera. Entro. Getto a terra gli intorcinati bagagli. Al banco della locanda una signora compassionevole risponde materna a nostra querula domanda: "No signore, il concerto di McCartney non si tiene a Misano Brasile, ma a Misano Adriatico, all'Arena. Le conviene prèndere...". La blocco sul compimento dell'infernal motto. Urlo. Chiedo verecondo perdono. Mi vien di piangere. Invoco un tassì. Accasciàndomi sul quale in un sonno disperato sono condotto verso l'Arena di Misa Adriatico. Il tassì esce dal paese, l'abbandona, sfreccia per antiche strade e immani campagne, s'interna nei bui più arcani di Romagna: osservo quei fari fendere fantasmi frignanti fra fuochi fatui: nessuna auto, nessun'ànima viva, nessun segno od atto di mondo sul pesto orizzonte. Taccio. Temo. Tremo.
Tiro un sospiro di sollievo allorché il tassista mi borbotta: "Siamo arrivati". Osservo meglio: l'Arena si delinea sprofondata nel metafìsico silenzio delle più esecrande tenebrie. Le giriamo attorno. Ci arrestiamo dove barbàgliano da lungi sinistri lucori... Manca poco all'inizio del concerto. Nessuna locandina, e ciò ch'è più bizzarro, non un solo spettatore. Guardinga perscrutatrice, una vettura dei vìgili urbani aggira la larvale e diserta costruzione. Scendo dal tassì, che se ne fugge via. M'accorgo di vagare nella notte sconfinata. Chiamo i vigili. Sono spariti. Deambulo, e invoco a postremo sostegno le ànime de' morti indìgeni...
Si sussèguono, pesanti come ciclòpici macigni, i minuti... Wow! m'imbatto in una congrega d'èsseri inabissati nel buio: sono accampati a ridosso di due pullman. In màniche di camicia se la sghignàzzano, màngiano accovacciati, trìncano, non subìscono ma accarèzzano quell'allucinazione kafkiana. Sono i professori ed i coristi dell'Orchestra di Praga scesi di Cecoslovacchia per dar corpo al summentovato concerto: ed ora abbandonati come me alla truce campagna, affidati ad una sorte vituperosa e grottesca. Frammezzo a loro s'aggira strabuzzato il direttore d'orchestra, ma non v'ha mènoma traccia dell'organizzatore... Da un ghiaccio altoparlante sugli spalti dell'Arena una calma e neutra voce donnesca reca il notturno annuncio: "Lo spettàcolo non ha luogo per motivi amministrativi". Non io, ma il pubblico evidentemente n'è già stato informato, della bidonata.
Persiste sotto le stelle il lezzo di una manifestazione musicale "all'italiana".
XI) La porcella Salome
Salome? Una maschietta tra Sade e Artaud. Scandalosa maschietta: e ancor più rovinosa la sua passione per Giovanni Battista (anche se, a ben guardare, una passione che non sia scandalosa è soltanto quel sentimento che ci rende spesso ridìcoli agli occhi del mondo)... In verità, a detta del sommo Mallarmé, Salome sotto sotto era frìgida, però noi non ci si vuol credere. E che? frìgida lei, Salome? E che cosa dovrebbe mai fare, più di Salome, una poveretta su questa terra per non cadere in sospetto di sì grave e pietosa deficienza, organica o psichica che sia? Giacché, se pur non ne combinasse tante di nùmero, questa eroina della libido rovente, quel poco che escògita appare, senza alcun forse, super: anzi, d'una madornal smoderanza. Figurarsi (horribile dictu) il celebèrrimo bacio, il lungo e lurco bacio da lei stampigliato sulle necròtiche labbra della testa decollata di Giovanni Battista: e chi se la sentirebbe di considerare l'atto soltanto una spacconerìa? come dire? una ragazzata? (Oh!, il bacio del buon Hayez!).
Fresca d'età, ancor vergine, ancora capricciosetta, e però già disfrenata a mo' d'incupidita Menade, Salome ha fatto innamorare di sé fior d'artisti e intellettuali di varia estrazione culturale: da Tiziano a Huysmans, da Flaubert a Moreau, da Heine a Florent Schmitt, per citarne taluni; né s'opini che un Gide, o un Proust, celatamente non ne subìssero, anche loro, la fascinazione ancorché biasimàssero apertis verbis i di lei paventèvoli spasmi perversi, non dissimilmente dal Keiser Wilhelm II al conòscere la Salome di Oscar Wilde posta in mùsica da Richard Strauss: la più concupiscìbile, la più intorcinata di bramosìa, la più dandy e decadente, la più tessuta d'accidia, d'enigma e d'isterìa fra tutte le Salome birichine consegnate alla storia.
L'opera del traviatissimo scrittore inglese e dell'ingordo musicista bavarese provocò in sul principio del sècolo ventèsimo (già inquinato) uno sconquasso di violenza rara: innùmeri coscienze rabbrividìrono al tristo avvento della fanciulla porcella, che abissava nella lussuria di gesta e nella connessa proluvie d'acconci suoni. Forse mai teatro musicale aveva tanto ardito; mai la casta bellezza dell'arte aveva con sì forsennati aromi corteggiato uno sfacelo etico; lambito così da presso il convulso mareggiare dell'Eros, e del Thanatos; così pregiudicatamente "coronato di rose il marciume" (l'espressione è tratta da Pétrus Borel, romanziere e licantropo francese della prima età dell'Ottocento, oggi non molto noto, ma un tempo non disistimato punto dai più sofisticati ambienti intellettuali).
Vita eterna a Salome.
X) Ravel, maestro di squisitezze
Maurice Ravel, gran maestro di squisitezze, concepisce la mùsica come officiatura estètica di sottili blandizie, come acuto artifizio di sensazioni rare, come fantasìa di giuochi rabescati, come pittura di nuances. La sua mùsica aborrisce la violenza plebea delle emozioni, il chiasso del pathos invadente, l'insulsa confessione degli accrocchi e dei gorghi interiori, la disperàggine incontrollata, come lo sconcio rimbombo delle felicità idiote. Nulla è preziosamente ricercato quanto la "semplicità" di Ravel, ma nulla è trasparente e dòcile e mitigato quanto il suo anelare, che basta un nulla a turbare, disciògliere, a far vanire nel più etereo de' silenzi. La sua Musa lieve paventa la realtà quotidiana e adora le inviolàbili magìe del sogno; veste l'esilità del proprio corpo con il pulvìscolo dei crepùscoli e delle aurore, e si ritrae smarrita dai meriggi scostumati che la sfanno. Ha in odio la Natura, la di lei calcolata imperfezione, e predilige invece la perfetta valentìa dell'infingimento, sia esso opera dell'intelletto rastremato o dei sensi. Ad interrogarla, la Musa di Ravel, non dà risposte ma lenti sorrisi innamorativi, e più sovente melanconìe estàtiche. S'aggrazzia ed involge d'antichezze antiquarie come di un pàllido velo di cipria; si protende nelle stagioni future con splèndide ritenutezze di castimonia; ma dùbita assai del presente in ragione della sguarnita immediatezza e petulanza d'ogni presente...
*
La Valse.
Un soffio di beato sperdimento, di deliquiosa ebrietà invade l'ànima al molle rigirìo dell'orchestra. "La Valse" gèrmina da un impercettìbile fruscìo dei contrabbassi onde affiorare, ondulare, espàndersi per contagio agli altri strumenti, come se nelle ore antelucane emergesse a poco a poco dall'orizzonte una sorta di figurazione enimmàtica, e a poco a poco si definisse e rischiarasse in un trionfo: che infine signoreggierà l'intero campo del cielo: esso pure rapito alla danza, al valzer del cosmo: al suo universale trabocco...
*
Bolero.
Un secco rullo dei tamburi. Un rullo desèrtico e dormioso, e però con l'ostinazione di un paradosso e l'implacabilità di una follìa. L'orchestra tace e s'appronta: obbedienti al ritmo, i musicisti s'incùrvano sui propri strumenti in attesa dell'evento madornale: è il Bolero, le cui avvisaglie mandano barbagli spasmòdici. Il pubblico si rannicchia nelle poltrone d'un rosso che scotta, non più sfioràndosi l'un l'altro ma ciascuno a sé, nell'ansietà del cògnito (agg.) futuro (sost.) che gli toccherà di lì a poco: a poco a poco. Aleggia un'aura di fantasmagòrica cospirazione mentre torme di pulvìscoli alchèmici vanno calamitàndosi e raggrumàndosi alla costituzione d'un immane fantasma di danza...
Primo ad entrare nella danza sul rullo già piccante dei tamburi è il flauto donde si snoda giòvane e òndula il primo brusìo di voluttà. Come Ida Rubinstein, divina danseuse ritta sul tàvolo di un'osterìa affumicata fra le vampe dell'ardore maschile che la ghermìvano al suo Bolero in fieri, così la piana della compàgine sinfoniale prende a vibrare, flèttersi e inarcarsi quale onda oceànica invitata dalla rosea mollezza del vento. I tamburi s'espàndono tra il pùbblico ormai magato, si moltìplicano, si centùplicano all'avvento progressivo delle voci strumentali che flùttuano sinuose d'ebrietà, dimèntiche nello sperdimento della smagliante eufonìa. Voilà la kermesse vieppiù saliente: il pùbblico febbricoso, dalle gote arroventate, vibra all'irruzione degli sciami d'arpe e violini, degli esèrciti di percussioni e ottoni, che nel crescendo della vertìgine corale metamòrfosano la sensualità della danza in un'orgia coribàntica... Il Bolero frèmita. E' d'un'enormezza paventevole, incoercìbile massa sonora in brace, rullo mastodòntico che disìntegra l'immàgine della realtà, trèmola sul mondo come l'accecato ciclope tonitruante sull'acme rupestre....
Le genti in ascolto rabbrividiscono: ormai sono affatto affatturate, a tutto disposte come non mai.
*
La Valse.
Un soffio di beato sperdimento, di deliquiosa ebrietà invade l'ànima al molle rigirìo dell'orchestra. "La Valse" gèrmina da un impercettìbile fruscìo dei contrabbassi onde affiorare, ondulare, espàndersi per contagio agli altri strumenti, come se nelle ore antelucane emergesse a poco a poco dall'orizzonte una sorta di figurazione enimmàtica, e a poco a poco si definisse e rischiarasse in un trionfo: che infine signoreggierà l'intero campo del cielo: esso pure rapito alla danza, al valzer del cosmo: al suo universale trabocco...
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Bolero.
Un secco rullo dei tamburi. Un rullo desèrtico e dormioso, e però con l'ostinazione di un paradosso e l'implacabilità di una follìa. L'orchestra tace e s'appronta: obbedienti al ritmo, i musicisti s'incùrvano sui propri strumenti in attesa dell'evento madornale: è il Bolero, le cui avvisaglie mandano barbagli spasmòdici. Il pubblico si rannicchia nelle poltrone d'un rosso che scotta, non più sfioràndosi l'un l'altro ma ciascuno a sé, nell'ansietà del cògnito (agg.) futuro (sost.) che gli toccherà di lì a poco: a poco a poco. Aleggia un'aura di fantasmagòrica cospirazione mentre torme di pulvìscoli alchèmici vanno calamitàndosi e raggrumàndosi alla costituzione d'un immane fantasma di danza...
Primo ad entrare nella danza sul rullo già piccante dei tamburi è il flauto donde si snoda giòvane e òndula il primo brusìo di voluttà. Come Ida Rubinstein, divina danseuse ritta sul tàvolo di un'osterìa affumicata fra le vampe dell'ardore maschile che la ghermìvano al suo Bolero in fieri, così la piana della compàgine sinfoniale prende a vibrare, flèttersi e inarcarsi quale onda oceànica invitata dalla rosea mollezza del vento. I tamburi s'espàndono tra il pùbblico ormai magato, si moltìplicano, si centùplicano all'avvento progressivo delle voci strumentali che flùttuano sinuose d'ebrietà, dimèntiche nello sperdimento della smagliante eufonìa. Voilà la kermesse vieppiù saliente: il pùbblico febbricoso, dalle gote arroventate, vibra all'irruzione degli sciami d'arpe e violini, degli esèrciti di percussioni e ottoni, che nel crescendo della vertìgine corale metamòrfosano la sensualità della danza in un'orgia coribàntica... Il Bolero frèmita. E' d'un'enormezza paventevole, incoercìbile massa sonora in brace, rullo mastodòntico che disìntegra l'immàgine della realtà, trèmola sul mondo come l'accecato ciclope tonitruante sull'acme rupestre....
Le genti in ascolto rabbrividiscono: ormai sono affatto affatturate, a tutto disposte come non mai.
IX) Amo Orlando, monsieur fou
Come tutti anch'io amo molte mùsiche. Ad esempio quelle di Orlando di Lasso, il fiammingo vivuto tra il 1532 e il 1594, il mùsico nevròtico: "Monsieur fou", come scrive di sé. Intellettuale cosmopolita e maccheronicamente poliglotta, attento e sensìbile alle moltèplici correnti letterarie e poètiche che àgitano e vivìficano la seconda metà del sècolo dècimo sesto, amico a Pierre Ronsard ed a quelli della Pléiade, frequentatore di nòbili e sovrani, dotato d'un humour rabelesiano eppure profondamente credente e affatto coinvolto nel clima spirituale dettato dalla Controriforma tridentina. Il suo genio abbraccia tutti i gèneri: dal mottetto al madrigale, dal Lied tedesco alla villanella italiana, dalla sacra messa alla licenziosa od oscena chanson francese. La sua, una produzione gigantesca di oltre duemila numeri...
S'è detto d'Orlando che è il mùsico più rappresentativo dell'età della Rinascenza, il più profondamente umano: assai più del Palestrina; curioso di tutto, aderente ai vari stili onde poter esprìmere le polièdriche nuances del proprio pensiero; una vetta dell'elevatura di Bach, Mozart e Beethoven, purtroppo coll'esiziale handicap di non rientrare nella storia di quei tre lisi sècoli - Sei, Sette e Ottocento - la cui appartenenza pare che la cultura e il consumo musicale contemporanei pongano quale condizione necessaria e sufficiente perché un compositore sia studiato, valutato, eseguito ed amato.
E di Lasso amo, sovr'a tutto, i "Salmi Penitenziali" che tendono ad una trasparenza sonora e a una lucentezza spirituale sì pregnanti che se diffusi riscuoterebbero clamoroso consenso tra i giòvani del nostro tempo insulso, vogliosi forse di un messaggio per così dire "consolatorio", ovvero di un'arte demistificata volta a rispòndere all'ansia indistinta d'eterno che pare serpeggiare e variamente pulsare nella loro esistenza vieppiù scempiata e reificata. I Salmi, i cui segmenti melòdici si sciòlgono in bagliori diatònici, oscìllano come in una aspettativa trascendente, tra lunghi silenzi e meditazioni, percorsi in ampi spazi da una grande sazietà di pace; e soltanto di lontano s'avvèrtono gli echi delle pene del mondo. Alto e solenne magistero lassiano, esaustivo della gran civiltà fiamminga, in una sìntesi ove non sono estranei gli influssi della vocalità propria della Scuola veneziana e romana, ma reinterpretata in un clima di più dòcile e stemperato cromatismo. Di rado vi è sfiorata l'esuberanza dei volumi fònici palestriniani: una cifra di pùdico lirismo e un elegìaco pastello attènuano le subitanee accensioni che la piena del temperamento e la commozione dell'ispirazione potrèbbero elevare ad emblema dell'impulso creativo.
VIII) Democritos dixit
"Sono sempre irragionèvoli le speranze dei coglioni".
*
"Savio è chi non s'arrovella per le cose che non ha, ma gode delle cose che ha".
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"E' davvero una bischerata non adattarsi ai casi inevitàbili che la vita ti getta addosso".
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"La donna è molto più scaltrita dell'uomo nell'architettar il male".
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"E' un'impresa ardua educare i figli: se uno consegue il successo, vi perviene in ogni caso tra mille perìcoli e patemi d'ànimo, mentre se a uno gli va male non v'ha dolore al mondo che possa superare il suo".
*
"Se non avrai bisogno del molto, il poco ti parrà molto".
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Si dice "mal comune mezzo gaudio". Una stronzata. "L'indigenza generale è un male molto più drammàtico ed angoscioso di quella che colpisce il sìngolo, perché in quel caso non resta speranza d'aiuto".
*
"Il vecchio ha avuto la fortuna di èssere giòvane. Ma il giòvane non sa se arriverà alla vecchiaia. Pertanto il bene trascorso e goduto è da preferirsi ad un bene futuro ed incerto".
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"La vecchiaia è una mutilazione dell'uomo".
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"Ogni paese della terra è aperto all'uomo saggio, giacché la patria dell'ànima virtuosa è l'universo intero".
*
"Vale di più la sèmplice speranza della persona colta che tutta la ricchezza dell'ignorante".
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"Gli imbecilli, invece della vecchiaia, tèmono la morte".
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"I maiali folleggiano nel letame".
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"Il discorso è l'ombra dell'azione".
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"Opinione è il freddo, opinione il caldo. Verità soltanto gli àtomi e il vuoto".
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"Nulla conosciamo secondo verità, perché la verità giace nell'abisso".
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"La bellezza del corpo è una dote da animale se non s'accompagna all'intelligenza".
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"Non s'esèrciti la donna a ragionare. Ché sarebbe un casino".
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"Se non capisci i complimenti che ti fanno, ritiènili adulazione".
*
"I taccagni hanno il destino delle api: ammassare come se dovèssero vìvere in eterno".
*
"Per poter avere il pene eretto quando si vuole? Ungersi le estremità con miele misto con un po' di pepe macinato".
*
Dice Cicerone: "Democrito, perduta la vista, non poteva ovviamente distìnguere il bianco dal nero, ma poteva egualmente discèrnere il bene e il male.... Anzi, egli reputava che la vista interiore dell'ànima ricevesse impedimento dalla vista corporea, e mentre tante persone spesso non vèdono neppure ciò che hanno davanti ai piedi, egli percorreva l'infinito con il solo intelletto, senza trovare mai un lìmite che lo arrestasse".
*
Dice Gellio: "Nei libri di storia greca è riferito che il filòsofo Democrito, uomo degno di venerazione oltre ogni altro, e tra i più autorèvoli degli antichi, si privò spontaneamente dell'uso della vista poiché reputava che le riflessioni e le lunghe meditazioni del suo ànimo nell'indagare i principi e le cause della natura sarèbbero divenute più spedite e più esatte se le avesse liberate dalle attrattive che offre la vista e dagli ostàcoli che provèngono dagli occhi". E' notorio che a Democrito piacevano da morire i corpi donneschi, cui non sapeva resìstere, ovvero rinunziare. Si tramanda che la sua erezione, ohibò, fosse continua.
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"Savio è chi non s'arrovella per le cose che non ha, ma gode delle cose che ha".
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"E' davvero una bischerata non adattarsi ai casi inevitàbili che la vita ti getta addosso".
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"La donna è molto più scaltrita dell'uomo nell'architettar il male".
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"E' un'impresa ardua educare i figli: se uno consegue il successo, vi perviene in ogni caso tra mille perìcoli e patemi d'ànimo, mentre se a uno gli va male non v'ha dolore al mondo che possa superare il suo".
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"Se non avrai bisogno del molto, il poco ti parrà molto".
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Si dice "mal comune mezzo gaudio". Una stronzata. "L'indigenza generale è un male molto più drammàtico ed angoscioso di quella che colpisce il sìngolo, perché in quel caso non resta speranza d'aiuto".
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"Il vecchio ha avuto la fortuna di èssere giòvane. Ma il giòvane non sa se arriverà alla vecchiaia. Pertanto il bene trascorso e goduto è da preferirsi ad un bene futuro ed incerto".
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"La vecchiaia è una mutilazione dell'uomo".
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"Ogni paese della terra è aperto all'uomo saggio, giacché la patria dell'ànima virtuosa è l'universo intero".
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"Vale di più la sèmplice speranza della persona colta che tutta la ricchezza dell'ignorante".
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"Gli imbecilli, invece della vecchiaia, tèmono la morte".
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"I maiali folleggiano nel letame".
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"Il discorso è l'ombra dell'azione".
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"Opinione è il freddo, opinione il caldo. Verità soltanto gli àtomi e il vuoto".
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"Nulla conosciamo secondo verità, perché la verità giace nell'abisso".
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"La bellezza del corpo è una dote da animale se non s'accompagna all'intelligenza".
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"Non s'esèrciti la donna a ragionare. Ché sarebbe un casino".
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"Se non capisci i complimenti che ti fanno, ritiènili adulazione".
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"I taccagni hanno il destino delle api: ammassare come se dovèssero vìvere in eterno".
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"Per poter avere il pene eretto quando si vuole? Ungersi le estremità con miele misto con un po' di pepe macinato".
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Dice Cicerone: "Democrito, perduta la vista, non poteva ovviamente distìnguere il bianco dal nero, ma poteva egualmente discèrnere il bene e il male.... Anzi, egli reputava che la vista interiore dell'ànima ricevesse impedimento dalla vista corporea, e mentre tante persone spesso non vèdono neppure ciò che hanno davanti ai piedi, egli percorreva l'infinito con il solo intelletto, senza trovare mai un lìmite che lo arrestasse".
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Dice Gellio: "Nei libri di storia greca è riferito che il filòsofo Democrito, uomo degno di venerazione oltre ogni altro, e tra i più autorèvoli degli antichi, si privò spontaneamente dell'uso della vista poiché reputava che le riflessioni e le lunghe meditazioni del suo ànimo nell'indagare i principi e le cause della natura sarèbbero divenute più spedite e più esatte se le avesse liberate dalle attrattive che offre la vista e dagli ostàcoli che provèngono dagli occhi". E' notorio che a Democrito piacevano da morire i corpi donneschi, cui non sapeva resìstere, ovvero rinunziare. Si tramanda che la sua erezione, ohibò, fosse continua.
VII) Amsterdam, nudo di vecchio
NB. Amsterdam si pronuncia ponendo l'accento sull'ùltima "a": Amsterdàm.
Nella buriana che infèrvora Amsterdam nei mesi estivi si distingue Leidseplein, piazza variopinta tra le più frequentate, che accoglie birrerìe, ristoranti, gelaterìe, teatri, coffee shop. Sullo spiazzo centrale, percorso da fulminanti tramwey, che per nessuna ragione al mondo rallenterèbbero la folle corsa verso il capolinea (quasi che poi non dovèssero tornar indietro), una torma di saltimbanchi, prestigiatori, clown, complessini musicali, mangiafuoco, caricaturisti e giocolieri si dà il cambio, dalla tarda mattinata a notte inoltrata, per intrattenere e svagare il popolo dei turisti ciondolanti e bendisposti.
Fra i consueti intrattenitori c'era un tempo un signore assai distinto. A prima vista pareva un professore di liceo, un farmacista d'antico stampo, un notaio di nòbile schiatta, un severo crìtico d'arte. Inforcava sul volto cavo e mitteleuropeo vecchi occhiali di similoro. Nulla da obiettare circa l'abbigliamento: giacca e cravatta. Giungeva in piazza con un valigetta nera ed una lunghìssima pèrtica che puntava sul terreno, agganciata con due corde ad un lampione e ad un albero. Apriva la valigetta e ne cavava un consunto mangianastri ed una cassetta musicale: il "Valzer delle Ore" del buon Ponchielli.
Mentre la musica si avviava e la gente dei cinque continenti si faceva d'attorno incuriosita, con ponderata calma lui si sfilava giacca, cravatta, camicia, pantaloni, calze e scarpe. Restava con un mini perizoma un po' sbrillentato sul davanti. Se non fosse stato per la pancia alquanto molliccia, il fìsico costoloso da ex atleta non avrebbe mai fatto supporre che il signore avesse abbondantemente superato la settantina. Quindi si ungeva le mani affilate e saliva ignudo sulla pèrtica con ritmo cadenzato, ossia valzeristico: quasi scimmia ammaestrata. Conquistato il cùlmine della pèrtica fra applausi misti d'affetto ed ironìa dei ventruti bevitori di birra e dei turisti nullafacenti, il Nostro si poneva perpendicolare alla pèrtica come fosse bandiera distesa al vento, roteando da destra a sinistra e viceversa. Esclamazioni, risa, incoraggiamenti nei più diversi idiomi. Ma, ad èssere sinceri, la piazza sottendeva un tàcito sentimento di pena, o di melanconìa, per quel nudo vecchietto che si moveva per miseria o, meglio, per folle narcisismo. Lui non ascoltava le grida dei ragazzi e dei bambini che lo pigliavano a gabbo ai piedi della pèrtica. Lui era in alto, ravvolto dalla nuvola del valzer ponchiellesco. Il suo esercizio sembrava sublimarsi ed assumere il significato di un disvelamento dell'èssere: in armonìa con il sole o, all'uopo, con le stelle.
L'uomo col perizoma non scorgeva più nessuno: non i tramway corsaioli, non l'onda dei turisti, non i cantambanchi rivali: non già perché avesse dimenticato nella cassetta gli occhiali oleosi, ma perché l'utopìa del cimento lo calamitava ed assorbiva in toto. Di lassù alzava l'ossuto braccio in segno di saluto. Attendeva per qualche secondo. Poi discendea lento lento: come ad assaporar la vittoria e l'annesse ovazioni. Poggiava i piedi per terra con un saltello fra gli "hurrà!" dei boccali di birra sollevati. Poi spengeva con malcelato rimpianto l'um-pa-pa del valzer, inforcava gli occhiali, si ravviava gli sparuti capelli, s'aggiustava il perizoma affiochito. Il pùbblico ormai non gli dava più retta, intento ad altre attrattive. Il professore staccava la pertica dal suolo, raccoglieva qualche centèsimo misericorde, si rivestiva con ordine e metodo, e se ne andava senza fretta. Imboccava un vicolo. Dove andasse nessuno lo sapeva, e, d'altronde nessuno ha mai avuto interesse a saperlo. Amsterdam è un dedalo di possibilità arcane...
In ogni caso lui sarebbe tornato dopo qualche ora.
VI) Amsterdam, le puttane
Verso la mezza mattinata molte sono già sul posto di lavoro, dietro la porta-finestra.
E' inverno. E' ancora freddo, fuori, e loro vi pòngono rimedio con una stufetta accesa in un canto. A quell'ora, per i vìcoli e le stradine del quartiere a luci rosse, disposte lungo le sponde di un canale nel pieno centro di Amsterdam, la gente trànsita in fretta: massaie ciarliere con la borsa della spesa, impiegati imbacuccati in voluminose giacche a vento, nelle mani inguantate la borsa rigonfia dell'ufficio ed ai piedi gagliarde scarpe contadinesche. Passano con noncuranza davanti alle porte-finestre, senza curiosità, senza malànimo, senza immaginazioni sessuali: distratti come noi quando ogni mattina si passa dinanzi al sòlito monumento che la gente viene da ogni dove ad ammirare.
Nelle stesse viuzze del quartiere a luci rosse, contigue alle casette preposte al miraggio di un fugace diletto carnale, si còntano casette di tutt'altro impiego. Ospitano, per esempio, negozietti di frittelle nordafricane dai profumi spessi e spossati; semideserti (di gay e lesbiche) empori del sexy-shop con parate di cassette di pornofilm smoderati, di cùmuli di riviste sgualcite, di madornali ordigni eròtici dall'impiego esilarante; e botteghe d'un finto oriente, al pari semideserte, che esibìscono stinti e impolverati utènsili per fumare majurana, hashish e varie erbe, polle, filtri e narghilé; associazioni religiose per l'assistenza dei pòveri; cabine-film ad uso del sìngolo spettatore dotate di sgabello regolàbile e di pròvvido ròtolo di carta igiènica; teatrini in cui si fa sesso vero e spericolato sul palcoscenico (ambitissime le prime file); un ostello della gioventù dove èntrano e donde èscono studentesse timorate di Dio che trascòrrono davanti alle belles de jour dall'intrèpido désabillé come dinanzi a un cartellone pubblicitario imparato a memoria; un oscuro laboratorio d'antiquariato frequentato da vecchiarde contesse di Fiandra e scrignuti vecchietti ebrei; l'appartamentino al primo piano di una famigliola giòvine ed operosa che senz'affanno confida in un avvenire più pròspero per migliorare, fra l'altro, anche l'alloggio...
Nel periodo di basso afflusso di stranieri, il quartiere, la mattina, è una realtà modesta e intorpidita: situazione provvisoria: in attesa delle nuove stagioni che immèttano nella bella capitale nederlandese il turismo frenètico e spensierato. Ma non dorme, il quartiere. Attenua l'attività, però non la dismette. Le case linde e eguali, di due piani al più, talune fregiate all'antica maniera olandese, un decoro secolare che nessun commercio ardito può e vuole scalfire. Alcune camerette sono vuote di donne: alla porta un cartello ìndica alle signorine interessate il nùmero telefonico dell'affittuario. In altre, operai sono disposti alla ripulitura delle pareti segnate e dei pavimenti lisi. Campeggia nel centro della zona amantesca una delle chiese più affascinanti ed antiche della capitale.
Le libere amatrici attèndono dietro la porta-finestra. Sono giunte dai continenti più remoti ad esercitare l'immemoràbile mestiere. Pàgano le tasse e sono rispettate in quanto lavoratrici (1). La navigata esperienza, la consuetùdine al luogo e alla positura specìfica le hanno accomunate: più che fèmmine paiono manichini, poggiati tra uno specchio verticale ed una sediola: sul fondo, nella penombra, una brandina coperta d'opachi fiorami. Sulle loro labbra di rubino è stampigliato un ammicco stereotipato: più accentuato nelle europee, fasciate in nere e lucide guàine, a rimarcare visi di una finta fatalità e corpi fatti alabastrini da improbàbili unguenti. Più sfumato ed arcano l'ammicco nelle orientali, dai volti dissugati o quasi esangui: esseri astratti, femmes metafisiche dalle membra lunari, mesti Pierrots dalle dita filiformi nell'atto di compilare un attestato di rassegnazione. Le africane fanno parte a sé: percorse da trucchi esorbitanti e bistri violenti, sontuosi occhi di foco e monumentali labbra, pùlsano nei corpi schiacciati alle porte-finestre quali leonesse costrette a troppo angusti spazi: in gabbie da disvellere per dar pieno respiro al traboccamento del tùrgido petto di mènadi nascostamente rabbiose e ribelli.
Fra la popolazione che la mattina percorre il quartiere, va da sé, anche la potenziale clientela. Alcuni in bicicletta, ciondolando il capo da un marciapiede all'altro al ritmo della pedalata. Altri a piedi. Chi con il passo cèlere, come assorto in altre urgenze ed inquietùdini, lancia di sottecchi all'etera momentaneamente indagata uno sguardo furtivo, e ripassa, stavolta con più indugio, e la riguarda con più metodo, e se giunge alla terza ispezione, s'arresta dinanzi alla porta-finestra e si dispone alla contrattazione. Accadimento scrutato dalle "colleghe" più anziane con nonchalance mista ad una punta di gelosia professionale. Coll'indice vibratile della mano sinistra l'alacre adescante sprona il cliente a cèdere alle brame mentre le cinque dita distese della mano destra ìndicano l'esatta spesa da sostenere per intraprèndere il moto. Al felice compimento della contrattazione l'infocata blandizia di quel sorriso donnesco si sfa d'un tratto in un'espressione vuota e anònima, e l'ardente preàmbolo si muta in un àrido preludio all'agire sbrigativo. La porta-finestra viene dischiusa, l'uomo sgattàiola dentro, una tenda tirata occulta il disinganno pròssimo venturo....
Altri, più arditi e giovanotti, irròmpono decisi, e incollando la faccia sulla porta-finestra indàgano dentro. Richiàmano la cocotte prontamente scelta con un cenno sintetico, spavaldo e virile, gesto alla brava, che non sai più chi sia l'offerente, chi l'acquirente. Fanno ingresso nel microcasino: non v'ha dubbio, sono habitués. L'accordo economico è stato raggiunto una volta per tutte in tempi trascorsi, e la soddisfazione che appalèsano dice che conseguiranno sconti duraturi: chissà se non abbonamenti.
A volte compàiono lungo i vìcoli gruppi di turisti in tour: mariti, mogli, nonni, nipoti, ricchi di màcchine fotogràfiche e cineprese. E dopo aver apprezzato i canali, il museo Van Gogh, il mercatino dei fiori, i polder etc... ora ossèrvano con imbarazzati sorrisi le puttane in schiera. Purché non fotografate, le Nostre non bàttono ciglio: mute come pesci, immòbili quali statue: fa parte del giuoco. A volte compàiono anche gruppetti d'adolescenti indìgeni, sghignazzanti e divertiti. Sfrècciano sui pàttini "rollerblade" nel dèdalo delle viuzze e lànciano alle donne occhiate che pretenderèbbero d'èssere assassine e in realtà sono di pècora. Quelle Vèneri materne non ci fanno caso. E chi è intenta alla manicure, chi a ravviarsi la rigonfia capellatura, chi a sonnecchiar sulla sediola o a sfogliare indolente una rivista di cucito, o a sbocconcellare patatine fritte, continua. E i ragazzotti se ne vanno tosto in un vociare allegro. Prima o poi toccherà anche alla maggior parte di loro...
Attenzione però: incombe sul quartiere a luci rosse una minaccia che ferisce l'ànima: qualche moralista da strapazzo e qualche furbo speculatore avrèbbero deciso di promuòvere la trasformazione delle case dedicate all'amore in locali dedicati alla moda e ad altre amenità. Come a dire abdicare, nei Paesi Bassi, alla coltivazione dei tulipani a favore delle màmmole.
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(1) A loro è dedicato anche un pìccolo monumento, come un altro monumento, in un altro luogo della metròpoli, è dedicato agli omosessuali vìttime delle persecuzioni e dell'intolleranza civile.
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