sabato 13 ottobre 2012

V) Mirifiche protezioni

Nessuno disperi ché all'uomo di fede, ove dimandi il caso, l'aiuto verrà meno. I santi patroni sono lì all'uopo. Ad esempio: S. Isidoro agricoltore protegge gli affittuari agrìcoli; S. Elena imperatrice i fabbricanti d'aghi; S. Giorgio di Lydda gli alabardieri; S. Raffaele Arcangelo gli ispettori dell'Annona romana; S. Maria della Consolazione gli anziani d'Italia; S. Adriano di Nicomedia i fabbricanti d'armi; S. Silverio gli aragostai; S. Alfonso (con gran daffare) i moralisti; S. Anna, la madre a Maria, gli straccivèndoli; S. Giuseppe a Copertino i viaggiatori in aereo; S. Eligio i produttori di ferro da cavallo; S. Maria d'Egitto le escort redente; S. Gabriele arcàngelo i collezionisti di affrancature; S. Arnoldo di Soisson i raccoglitori di lùppolo; e l'elenco potrebbe siffattamente continuare per assai lunga pezza....

 Dìcasi piuttosto che non solo il bìpede riceve protezione, ma altresì la ricèvono gli animali. Per esempio: S. Antero abate è patrono dei maiali, S. Giobbe dei bachi da seta, S. Martino di Tours delle oche e S. Gui di Anderlecht, più vastamente, degli animali cornuti, etc...

Per tornare all'uomo ed alle sue inevitàbili imperfezioni, ecco che, affatto pròvvidi, sovvèngono S. Erasmo da Formia contro i discari dolori all'àddome; Wolfgang da Ratisbona contro l'apoplessìa; S. Giobbe contro i molesti (e/o fatali) ascessi; S. Liborio contro le acri còliche renali; S. Biagio di Sebaste contro il noto mal di gola; S. Amaranto contro l'abbassamento dello stòmaco; S. Leone Magno contro il torcicollo; S. Cosma contro l'ernia; S. Bibiana contro le ineleganti occlusioni intestinali; S. Lucia contro la tergiversante diarrea; S. Agata contro le ràgadi; S. Fiacre contro le emorròidi e S. Luca contro la disperante impotenza...

E coloro che fòssero molestati dalla paura o dal fastidio di taluni animali? Voilà S. Amabile per le bisce, S. Nicasio di Reims per i topi, SS. Orenzio e Pazienza di Huesca genericamente ma diligentemente per gli animali nocivi...

Si consìderino inoltre Santi votati non tanto a categorie di èsseri quanto a situazioni in cui gli èsseri, per lo più nolenti, vengono a trovarsi. Mettiamo: S. Rita da Cascia sta lì pronta ad intervenire contro gli abusi sessuali dell'ingordo còniuge, mentre S. Caterina da Siena salvaguarda la malcapitata vìttima dalle fatali e sue proprie tentazioni eròtiche... Lasciando da banda tali eventualità imbarazzanti ed ìntime, non ci si maravigli se S. Giovanni ci protegge nientepopodimenoche dai dubbi, notoriamente armi micidiali di Belzebù... E che dire di S. Giuseppe che risulta èsser il patrono degli anticomunisti?

IV) Languori del martirio


Saint-Sebastien: "Il veut du sang, cet éphèbe pàle, du sang, de souffrance, et des ténebrès!". Efebo pàllido come la melanconìa, stremato nel languore del senso; "beau jeune honne", divino giglio fiorito, arciere dalla chioma di giacinto che affronta in èstasi il martirio, bruciante di stimmate. A Sanaé l'officio di trafìggerlo per primo e l'ùltimo invito: "Sanaé, hai tu il mio arco. Presse-le sur ma bouche, avant de le tendre. Qu'il touche mes lèvres et mon am^e. Viens...".

Nella selva d'Apollo, fra antichi làuri, divampa lo spettàcolo molle e profumato del martirio. Il Santo invoca gli arcieri: "Ne tremblez pas, ne pleurez pas! Mais soyez ivres de sang, comme dans les combats...". E nel pianto e nell'ebrietà del sangue vermiglio che cola dal càndido corpo d'Adone di San Sebastiano, il grido lacerante e stàtico: "Votre amour! Vostre amour! Encore! Encore! Encore! Amour éternel!". Non sono bastanti i cori che sèguono dei màrtiri, delle vèrgini, degli apòstoli e dei santi, che invìtano a laudare il Signore sul sistro, e sul cembalo, sul flauto, e sulla cetra, non sono bastanti a dileguare gl'incandescenti fiotti d'ambiguità che la Décadence dannunziana ha riversato esultante su le nòbili immàgini rinascimentali del Pollajolo, del Perugino.

Ne la suprema decorazione dei versi francesi (oltre quattromila in orìgine) e col manto sonoro di Debussy D'Annunzio ha fuso con virtuosismo abbacinante Cristianèsimo e Paganèsimo, Piacere e Crudeltà, Eroismo e Sadismo, estenuata Violenza e rastremata Ascesi. Il Liberty giuoca col Sacro, profanàndolo: Narcisso èccita il proprio contrario, superbamente vagheggiando se stesso. Non soltanto v'è l'ammirazione per la Salome wildiana. Francesco Flora scriveva: "I termini della vicenda rendono contigui e non alterni l'eroismo superumano e il martirio cristiano, la bellezza dell'efebo e quella del santo trasumanato, l'ostia sacra e gli idoli, il femminile e il maschile, in una sublime forma di ambiguità, il piacere e la crudeltà fino al sangue". E ancora l'eminente crìtico rinveniva la parziale assoluzione nel nome della poesìa: "Opera corrottissima, D'Annunzio sa pure, a più riprese, riscattarsi in un piano di arte... Talvolta quel mondo lascivo e magico, martirio e paradiso dei sensi, ha una malinconia alata e sorvolante che è il tono della poesia".

Non v'ha dubbio che D'Annunzio con gesto mirabolante e quintessenziato, oltre l'esperienza della "Nave" lambisce il sacrilegio e trascolora "San Sebastiano" in Tammuz; e nella Camera màgica "i segni dello Zodiaco ruotano sotto l'abbagliante autorità della madre del Salvatore...". Sebastiano cammina su i carboni ardenti : "I miei piedi sono nudi per la rugiada del Signore"; la sua ànima, fatta con foglie di sàlice, intrise le sue vene "de musique et d'aurore", è il martirio nel vòrtice del supplizio: "Levatemi gambiere e cosciali, ginocchiere e solarette. Voglio essere a piedi e gambe nudi, àgile vendemmiatore pronto a pigiare i gràppoli rossi nel tino fumante! Danzerò alto, più alto della fiamma, sette volte più alto".

La fastosità delle immàgini, che mìrano ad un'eloquenza ove la ridondanza barocca lotta contro l'arcaismo dello stile, si sgrètola sotto il peso pulsante d'un'estenuata elegìa: la parola dannunziana cede alla propria tensione di voluttà, e deflagra in polverìo d'increata ipèrbole fantàstica. Ne la maravigliosa impotenza del testo si mòndano quelli che Pierre Boulez ha chiamato, con giudizio troppo altezzoso e distante, gli orpelli, le ampollosità e le ostentazioni verbali: la mistificazione lussuosa, in bilico tra l' "antiquariale" manierìstico delle figure rettòriche e l'alessandrinismo della loro confezione, percorre a ritroso la via della ricerca mìstica e coglie alla fine lo sbocco d'ogni estetismo: la calda disperazione: splendore tràgico, consolazione, sommo segreto di lacerante bellezza della Décadence, di cui fu D'Annunzio protagonista fra i precipui.


III) Un sorriso cosmico

Pensavo ad òpere quali "La passione secondo Matteo" di Bach, "Il flauto màgico" di Mozart, la "Missa solemnis" di Beethoven, il "Parsifal" wagneriano... e consideravo che se molte sono le mùsiche atte a suscitare diletto ed emozione, solamente talune possono occupare e "saturare" la sfera estètica onde porsi quali lavacri dell'io, veìcoli estàtici alle più alte mete cui sia conceduto allo spirito umano d'accedere. Capolavori che pàiono indifferenti ad una materiale configurazione, alla datità fisica, all'immanenza artistica di cui pur sono costituiti. Ed hanno l'arcano potere di spogliare colui che vi si accosta della sua vilesca scorza quotidiana, del groviglio de' sentimenti che s'àgitano dentro, per additare quella pacificazione e quella rigenerazione da sempre sospirate e da sempre precluse...

 Una volta una signora mi confidò commossa e liquida al tèrmine di un'esecuzione del "Messiah" di Haendel: "Magnìfico! La mùsica quand'è così ha la miracolosa facoltà di riconciliarci con il mondo!..".  Macché, signora mia cara. E' l'esatto contrario. Questa mùsica, che quasi silenzia il proprio suono onde far vibrare il canto dell'infinità, possiede la prodigiosa virtù di sciòglierci finalmente da i volgari tentàcoli del mondo, d'affrancarci dai suoi dèdali equivoci, dalle sue paludi, irrisioni e menzogne. In ciò risiede la bellezza della mùsica superna rispetto alle altre forme d'arte: essa è sostanza misteriosa che annulla, o c'illude d'annullare, le contraddizioni dell'esistenza interiore di cui spazza via le immàgini insulse e lògore, e contraddice ai meschini nessi d'una lògica intesa a sancire il patteggiamento tra l'uomo e la folla delle proprie mediocrità.

La grande mùsica non mira e non s'attarda a sollevare il mondo a bellezza, cara signora, ma scandalosamente contrappone a questo tutta se stessa. La propria demonìa è nemica acèrrima alla rugginosa e tronfia meccànica del reale. Per tale ragione la musica sublime non è parola, non figura, non materia, non modello sensìbile. Essa è altro. E' perlappunto l'ineffabile, contamplazione di sé. Se vogliamo, una specie di leggiero sorriso còsmico.




II) Solennità dell'ingorgo mentale

Solennità dell'ingorgo mentale. Ovvero fasti del caos. Il viale è cosparso a pèrdita d'occhio di bianche rose appassite e di brezze orientali, come talvolta le sere, l'estate, lungo le coste salentine.

 Nel colmo dell'ingorgo, o forse fin dal suo preludiare, affatto vano sarebbe affaticarsi ad individuare i mendaci barlumi di una verità, o di un approdo emotivo, o di una certezza intellettuale atta a placare il terremoto che patisce l'io: quell'io eròico e ridìcolo residente ab aeterno nel Nulla. Meglio scrutare con assiduità e metodològico rigore, se mai, il contrasto acuminato fra l'indifferenza assoluta della realtà tutta e l'insòrgere senza cessa, all'interno dell'io, de' crepitanti e barocchi "bubboni" umani. Nell'uomo le arti svòlgono il còmpito d'illùderlo, la razionalità d'ingannarlo, la follìa di nobilitarlo. L'òrdine del Tutto si rimane alto e rebussìstico; gli effetti sull'umanità catastròfici.

Nella sontuosità dell'ingorgo mentale i colori tripùdiano, i mulinelli sono d'oro giallo, le làgrime rìvoli di miele e le urla scudisciate d'Eros. Oviamente l'estètica e la morale non hanno nulla in comune: e coloro che affermàssero il contrario sarèbero nemici imperdonàbili dell'uomo.

Entro l'ànima, sofferenze, spaesamenti, lutti sanguinosi, terrori, rinunzie, rassegnazioni sono sìmili a le donnette di paese che si confròntano la domènica in piazza, al tocco: fanno scena piena e formìcolano di pulsioni brillanti. La vita avanza al burrone mentre gli Iddii, agnoleschi puffi, sono ritratti in posa sorridente nel cielo di cartone. A ben considerare, càpita che la religione sia figlia all'estètica.

E' cosa savia vìvere un poì guardinghi, ma però non ossessionati dalla merda che ci sommerge copiosa e ci nutre quanto basta a scontare la vita. Fare come se niente fosse, come in vero niente è. Fìngere buon senso, equilibrio - inter nos parola vuota - esercitare la carità e la solidarietà con quella parsimonia chew la società suole additare e lodare in qualsisìasi caso. E' cosa savia assai vìvere come se la vita fosse ciò che appare agli occhi de' ciechi e de' cretini: un misto di bello e di brutto: con abituale prevalenza del bello. Oppure: osservare fatti e cose convergere verso sbilanciati ed opachi cerchi.

Osservare lentamente quest'acre moto nell'ànima e fuori, e la poesìa ristagnare sorniona sulle creste del magma e beffeggiarsi, e i rimorsi stemperarsi, e l'io raddolcirsi su se stesso: squallido giuoco, forse, del compatimento, o magari giuoco insulso del ritorno ad una nivea infanzia.

Osservare, lasciando respiro pur alle paure dell'esìstere e alle amarezze ìnfide degli inganni: quasi strozzati dallo spiegato vento del refrigerio. S'infràngono gravi e ritmate illusioni come onde nel silenzio su precisi impegni di dolore...

Osservare, e con determinazione negare all'èssere nostro il tepore bigio e fumoso del domani... E' auspicàbile indovinare i mondi, non v'ha dubbio, ma ancor più si raccomanda di spopolarli, vivendo.











I ) La risata di Poulenc

Mi piace Francis Poulenc, vivuto tra il 1899 ed il 1963 (p.Ch.n.). Musicista francese prettamente estivo.

Di lui mi piace l'affabilità leggiera, la freschezza del linguaggio sonoro, i modi stilìstici elusivi e divertiti, l'allure della fantasìa sìmile alla mannequin avvolta d'ilari veli che si rincorrono sulla passerella carezzando teorìe di sguardi ammirati.

La mùsica di Poulenc s'addice alla stagione calda: quando, assieme al bisogno di mutar d'àbiti, d'allentare la tensione intellettuale, di trascinare le forti emozioni sul bagnasciuga, d'attutire le pulsioni ètiche, estètiche e fin metafìsiche in una sorta d'amabil laissez-faire, avverto anche il desiderio di cose la cui imprescindìbile eleganza sia percorsa ed ondulata dal soffio d'una signorile futilità.

E al propòsito: l'èssere fùtili, come l'èssere vivi, ove non sia strascicato artifizio, è arte delle più sottili. Sta scritto nel "Sacro Libro di Nan Hua" del saggio Chuang Tzu che tutti gli uòmini conòscono l'utilità delle cose ùtili ma non l'utilità della futilità. E del resto, "una cosciente futilità è il più bel ornamento dell'uomo", rilevava una sera Alberto Savinio, pseudònimo di Andrea De Chirico, arguto crìtico musicale e teatrale, buon pittore, compositore dilettante, valente scenògrafo, saggista modesto e, in primis, fratello al celebèrrimo Giorgio.

Poulenc è uno che a mio sommesso parere ha sgravato la mùsica colta dagli ori, dai bronzi, dai trofei, dai medaglieri al valor supremo. L'ha presa per mano, nuda e cruda, e l'ha menata a divertirsi alle giostre: da prima su l'ebro ottovolante, a scompigliar di vento la capigliatura e di soprassalti le prospettive; quindi, nella buia gallerìa ove barbàgliano d'un tratto contraffatti e farseschi, in un guazzabuglio di note affastellate e sghilembe, i simulacri di Wagner, Debussy, Mozart, Stravinskij, etc....

E la mùsica ha riso di cuore a quella vista, a quel fantasmagòrico cùmulo di dotti ridotti a materia di gaudio scherzoso. Forse ha riso come quasi mai le era avvenuto. E s'è sentita un'altra, essa, più flessuosa e lùdica, più serenata e soffice, più umana e dotata. Di certo più monella ed immanente, pronta ora a dar l'assenso a deliziose canzoni, a frequentare il café-chantant, a cospàrgersi di jazz, in somma, a far comunella colle genti lievi, per le quali i suoni non sono sìllogi esoteriche, ma monili d'aria frizzante, bolle colorate, ricami dell'inesprimìbile, profumi di chissà quali leccornìe (acquattate mica troppo distanti da casa)....

Mi piace questo novecentesco musicista estivo.